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Perché il mondo vira a destra?

Che cosa cerchiamo quando scegliamo chi ci governa? Risposte, protezione, qualcuno che ci ascolti. Ma quando queste aspettative restano deluse, può diventare seducente la promessa di un capo che decida per noi.

Forse è da qui che bisogna partire per comprendere il richiamo della destra: dalla distanza fra ciò che le persone vivono e ciò che la politica riesce a vedere. 

Paura del futuro, precarietà, solitudine, sfiducia. Per chi si sente trascurato, parole come ordine, sicurezza e appartenenza possono avere una forza che un programma politico non riesce più a trovare.

Le ragioni del voto sono diverse e scegliere la destra non significa necessariamente desiderare un governo autoritario. Ci si affida a chi risponde alle esigenze più immediate, ed è proprio il bisogno di risposte che può trasformarsi nella disponibilità ad affidarsi a qualcuno senza più metterlo in discussione.

Forse il desiderio di essere comandati nasce, almeno in parte, da una richiesta di ascolto rimasta senza risposta. Se la democrazia viene percepita come lontana, lenta, incapace di incidere sulla vita quotidiana, chi promette soluzioni immediate può apparire più credibile.

Il Brasile entra in questa riflessione con una domanda: può essere un baluardo della democrazia? 

Più che cercare un unico Paese capace di difenderla, dovremmo chiederci che cosa la renda credibile, lì come altrove. 

Quanto sappia ascoltare, ridurre le disuguaglianze, offrire opportunità e garantire il diritto al dissenso.

Perché la democrazia non vive soltanto nel momento del voto. 

Vive nella possibilità di fare domande, criticare chi governa, raccontare ciò che non funziona. 

Vive anche nelle voci scomode. E deve tornare a dare risposte credibili. La promessa di un capo che risolve tutto può sedurre, ma affidargli il governo non può significare consegnargli anche la nostra libertà di espressione.

Chi aspetta cure, lavoro, sicurezza e dignità deve poter riconoscere nella democrazia una possibilità concreta di migliorare la propria vita. Altrimenti la distanza cresce e la promessa di un capo che risolve tutto trova altro spazio.

Ma affidargli il governo non deve significare consegnargli la nostra libertà di espressione. Il consenso gli dà il diritto di governare, non quello di sottrarsi al giudizio.

#laltrosguardo #democrazia #politica #libertà #antonellabiscardi

La televisione si guarda ancora?

Cambiano gli schermi, i tempi, le abitudini. E cambia anche il nostro rapporto con le immagini le storie e con ciò che riconosciamo come esperienza collettiva. Cosa chiameremo TV fra qualche anno?

La televisione si guarda ancora? 

Sì. Solo che oggi ci sono tanti modi per guardarla. E per capire come sta cambiando bisogna cominciare da un gesto quotidiano: passare da uno schermo all’altro.

Possiamo seguire una partita sul televisore e rivederne gli highlights sul telefono. Scoprire un’intervista attraverso una clip sui social e cercarla per intero su YouTube. Guardare una serie sul computer, recuperare un programma quando abbiamo tempo, condividere un passaggio che ci ha colpito.

Il televisore resta. Ma intorno si è allargato lo spazio della visione.

Per molte persone la TV continua a essere un appuntamento: un canale, un orario, un programma da seguire. È un’abitudine che conserva il suo valore, soprattutto quando la diretta ci fa sentire parte di un momento condiviso. Accanto a questa esperienza, però, ne convivono altre, meno legate agli orari della messa in onda e più vicine ai ritmi di ciascuno.

Per molto tempo la TV ha dato un appuntamento alle nostre giornate. 

Il telegiornale, il film della sera, la partita, il programma da aspettare. 

Il palinsesto era anche un’organizzazione del tempo: si cenava prima di una trasmissione e ci si ritrovava davanti allo stesso schermo. Il giorno dopo, una battuta o un’intervista diventavano materia di conversazione. Aver visto la stessa cosa permetteva di riconoscersi, discutere, persino dividersi.

Quel modo di guardare continua a esistere. Intorno, però, è cambiato il paesaggio.

Gli schermi si sono moltiplicati e noi ci muoviamo da uno all’altro. Lo facciamo secondo le circostanze, il tempo disponibile, la curiosità. Non è una trasformazione che si lascia spiegare con una semplice contrapposizione fra giovani e adulti: attraversa le età e si intreccia alle vite di ciascuno.

La domanda, allora, diventa più interessante: quando diciamo «guardo la televisione», che cosa stiamo descrivendo? Un apparecchio, un contenuto, un linguaggio, un’abitudine?

Un’intervista resta televisione se la incontriamo sul telefono due giorni dopo la messa in onda? E se ne vediamo soltanto trenta secondi?

In quel frammento c’è una parte decisiva del cambiamento. 

Un programma può raggiungerci senza che lo abbiamo cercato, senza che conosciamo il canale che lo trasmette, talvolta persino senza che ne sappiamo il titolo. Prima incontriamo una frase, un volto, un’emozione. Poi, forse, risaliamo al resto.

Il contenuto acquista così altre vite. 

Esce dalla trasmissione, circola, viene commentato, condiviso, rimontato. 

Può trovare persone che altrimenti non avrebbe mai raggiunto. Può riaprire una discussione quando in studio si sono già spente le luci.

Ma ogni frammento porta con sé anche una perdita possibile: ciò che lo precedeva, una domanda, una precisazione, il tono complessivo di un ragionamento. Una frase capace di attirare l’attenzione può finire per rappresentare un’intera conversazione. E la forza di un momento può prevalere sul significato dell’insieme.

Per chi racconta, questa è una responsabilità enorme. Bisogna saper raggiungere il pubblico dentro tempi diversi, conservando la profondità di ciò che si vuole dire. Una storia deve poter viaggiare senza perdere la propria voce.

Anche il palinsesto si è spostato. 

Oggi, sempre più spesso, ce lo costruiamo noi. Scegliamo cosa vedere, quando fermarci, cosa recuperare. 

È una libertà preziosa: possiamo seguire un interesse senza adattare la nostra giornata all’orario di un canale.

Eppure quella scelta avviene dentro un’offerta che qualcuno ha già disposto per noi. Le piattaforme suggeriscono, ordinano, rendono visibili alcuni contenuti e ne lasciano altri sullo sfondo. Alla sequenza decisa da una redazione si affianca quella costruita dai sistemi di promozione del profotto. Il nostro palinsesto nasce dall’incontro fra ciò che cerchiamo e ciò che ci viene proposto.

Vale la pena fermarsi su questo punto. Avere più possibilità non significa automaticamente incontrare più punti di vista. Possiamo esplorare mondi lontani oppure restare dentro una successione rassicurante di cose che ci somigliano. 

La curiosità, in questo scenario, diventa una scelta da esercitare.

Cambia anche il nostro stare insieme. Possiamo commentare una trasmissione con persone lontanissime e nello stesso momento, sederci accanto a qualcuno che sta guardando tutt’altro. La condivisione assume forme nuove, mentre si allenta quella coincidenza semplice fra un luogo, un’ora e uno schermo.

Chi ha lavorato in televisione sa quanto conti il rapporto con chi guarda. Dietro una trasmissione ci sono preparazione, domande, intuizioni, errori, attese. C’è il desiderio di arrivare a qualcuno. È questo rapporto che merita di essere custodito mentre cambiano i mezzi: la capacità di farci restare, ascoltare un pensiero fino in fondo, incontrare anche qualcosa che non sapevamo di voler vedere.

Cosa chiameremo televisione fra qualche anno? Forse riconosceremo ancora quel nome in un linguaggio capace di attraversare schermi diversi. 

Forse dovremo ridefinirlo.

La televisione, intanto, sta uscendo dal televisore. E mentre la seguiamo sul telefono, sul computer, nei frammenti che condividiamo, la domanda ci riguarda da vicino: quale spazio vogliamo dare, nelle nostre giornate, a un racconto che chieda qualcosa di più di un istante di attenzione?

#laltrosguardo #antonellabiscardi #televisione #media #comunicazione