Il ristorante è diventato un set?

Un brunch, un aperitivo, una cena: momenti di conversazione e incontro o esperienze da mostrare sui social?
Scegliamo un locale per la cucina, l’atmosfera, il piacere di stare insieme. Ma quanto pesa l’immagine di noi che quel posto può raccontare?
Persino il ristorante “fuori dai soliti giri” può diventare una piccola prova di distinzione: esserci stati, averlo scoperto prima degli altri. Desideriamo esperienze autentiche, ma possiamo finire per organizzarle in funzione dello sguardo altrui.
Il tavolo nella posizione giusta, il piatto più fotogenico, il momento da riprendere. E chi è con noi aspetta che la scena sia pronta.Condividere una bella serata fa parte del piacere. Ma che cosa succede quando cominciamo a viverla pensando a come apparirà?
Un piatto può raccontare un gusto, una scoperta, una curiosità. Può anche suggerire quanto siamo aggiornati, raffinati, capaci di scovare qualcosa di speciale. La cena diventa così un piccolo racconto della persona che desideriamo essere.
Anche la trattoria con le sedie spaiate e il menu scritto a mano può fare la sua figura: l’autenticità, fotografata bene ha un fascino tutto suo. E allora viene da chiedersi quanto lo sguardo condizioni anche il gusto. Fra due piatti, ci attira quello che vorremmo assaggiare o quello che immaginiamo già sul nostro profilo? La bellezza appartiene da sempre alla tavola. Ma se cominciamo a ordinare pensando alla fotografia, a scegliere è anche il pubblico che vedrà quella cena.
Al tavolo, intanto, qualcuno ha già preso la forchetta. «Aspetta, prima una foto». Si sposta un bicchiere, si cerca la luce, si ripete il brindisi. Un gesto innocente, nel quale è facile riconoscersi. Diventa interessante quando il momento deve essere rifatto perché la sua immagine non è venuta abbastanza bene. Il brindisi c’era stato. Eravamo noi a non essere soddisfatti di come si vedeva.
Forse è qui che il ristorante diventa un set: quando le esigenze della rappresentazione cominciano a dettare i tempi dell’incontro. Le persone presenti aspettano, quelle assenti diventano il pubblico a cui rivolgere l’attenzione. E la conversazione può interrompersi anche per controllare chi ha visto, chi ha reagito, chi ha risposto.
In alcune circostanze anche io fotografo un piatto, un tavolo, una bella serata.
E’ quando conservarne il ricordo e condividerne il piacere è importante. Ed è per questo che trovo interessante domandarmi quanto spazio occupi, già mentre sono lì, il pensiero di mostrarlo. Non ne faccio un condizionamento, ma il pensiero si rivolge a tante situazioni che i social ripropongono continuamente. Nel conto ci sono la cucina, il servizio, l’ambiente. Quanto siamo disposti a pagare anche per l’immagine di noi che porteremo a casa?
E la domanda finale è: Se nessuno potesse sapere dove siamo stati, sceglieremmo lo stesso ristorante?